Autodeterminazione: la trappola dell’individualismo
Scopri come l’amore per la vita e la felicità non sono semplici stati d’animo, ma progetti da costruire con consapevolezza e impegno. Il Coaching Umanistico ci guida a conoscere noi stessi e gli altri, a sviluppare le nostre potenzialità, e a trasformare la relazione con noi e con chi amiamo in un’opera d’arte. Allenare autodeterminazione, relazionalità e valori concreti ci permette di vivere una felicità autentica, duratura e condivisa.
Marina Alini
1/24/20196 min read
Esistono termini che rimandano a una pluralità di contenuti, e fare chiarezza è essenziale per una reciproca comprensione. Ogni qualvolta esploriamo significati importanti per la vita delle persone è necessario precisare gli assunti di partenza, per onestà intellettuale.
Autodeterminazione e felicità sono concetti complessi; per parlarne senza correre il rischio di banalizzare è necessario scegliere un punto di vista sull’essenza dell’essere umano.
La nostra prospettiva è il Coaching Umanistico, che guarda all’umano come essere motivato dall’amore per la vita, dal desiderio di autorealizzarsi e essere felice, coniugando la dimensione del proprio mondo interiore con quella della propria socialità. Da queste premesse ricava un metodo d’intervento “per valorizzare le potenzialità umane e trasformarle in obiettivi e azioni concrete”¹.
Nasciamo con un sentimento d’amore per la vita, ma crescendo il sentimento attraverso cui ci accostiamo all’esistenza va scelto, declinato in un progetto che se ne prenda cura e lo nutra. Coltivare l’amore per la vita non ci sottrae alla fatica di questo compito. La vita si svolge nel mondo in cui viviamo; la realtà esterna può mettere a dura prova il nostro progetto di costruire una vita felice. Molto dipende dalle circostanze che la vita ci offre, dal modo in cui viviamo e elaboriamo le esperienze positive e negative che ci accadono e scegliamo, ma soprattutto dal significato che diamo al Bene che desideriamo realizzare per noi e per gli altri.
Si può vivere per inerzia: non come si vuole vivere, ma come si è cominciato (Seneca, La tranquillità dell’anima). È la condizione di chi accoglie ciò che capita e si muove riproducendo l’esistente: è una scelta dove della vita non ci si prende cura. Trascurare la propria esistenza significa non coltivarla, non permetterne la sua fioritura, galleggiare. Quando il livello di trascuratezza raggiunge il proprio apice, possiamo arrivare a provare avversione per la vita, nostra e altrui, e siamo pervasi da sentimenti di rancore, disprezzo, volontà di distruzione, gelosia, risentimento; oppure possiamo vivere la vita come progetto di costruzione di un’opera magnifica, dove non viene mai meno la motivazione a realizzare i nostri significati.
Dialogare sulla felicità
La felicità è stata sdoganata dalla ristretta cerchia dell’ambito filosofico per entrare con forza all’interno dei dibattiti teorici e pratici. Proliferano definizioni seguite da suggerimenti per realizzarla; le proposte sono infinite e ognuno può scegliere in base al proprio gusto. Di certo è possibile affermare che la felicità è un’aspirazione comune e universale dell'intero genere umano. Se è difficile definirla, è però possibile stabilire quando ci accade: le persone sentono la felicità quando la vivono, per cui possiamo affermare che la felicità esiste.
Se afferrarne il concetto è difficile, è di sicuro interesse creare le condizioni perché questo “stato della mente” perduri nel tempo, senza perdere vigore. La felicità ci impegna in termini strategici perché concepirla come un accadimento della vita ci espone al rischio di vederla sfumare. All’interno di questa prospettiva, la felicità si configura come un progetto di vita che va immaginato, costruito strategicamente e messo in campo per verificarne l’efficacia.
Esistono tanti progetti di felicità quanti sono gli esseri umani; nessuno può dire ad un altro in che modo essere felice. Una felicità duratura si costruisce quando realizziamo il Bene. Il Bene è la vita buona, buona per noi e per gli altri, è affermazione d’amore per la vita che investe la concezione di noi stessi e del mondo, il rapporto con gli altri, la relazione con le opere che realizziamo ed è, in ultima analisi, dare corpo ai significati che danno valore alla nostra esistenza.
Per costruire la felicità ci si deve allenare a partire da ciò che ci caratterizza in positivo: i nostri valori e la loro declinazione pratica, le nostre potenzialità. Un progetto di felicità che non le contempli è destinato al fallimento.
Le potenzialità generano i significati della nostra vita; la felicità non è riconducibile a stati emotivi (pace, benessere, tranquillità), ma è un sentimento generato da un processo dove vivono i significati che danno valore alla vita, che danno forma agli scopi che nella vita vogliamo realizzare e ispirano le direzioni che scegliamo di seguire.
Scelte culturali sbagliate per una felicità duratura
Costruiamo la nostra felicità nel mondo, e i nostri significati sono influenzati dai contesti in cui viviamo. La realtà ci offre suggestioni culturali, modelli da imitare, paradigmi da abbracciare. Quando questi elementi incrociano la nostra concezione della felicità e la contaminano, indirizziamo le nostre scelte verso progetti di felicità fragili perché eterodiretti.
Autodeterminazione: padroni del nostro destino
Il concetto di autodeterminazione può essere esaminato da un punto di vista teorico e osservato nelle prassi che i movimenti storici e sociali hanno definito.
Sotto il profilo teorico rimanda a un significato positivo: contiene in sé l’affermazione della libertà individuale e collettiva di scegliere il proprio destino. L’autodeterminazione è la facoltà di operare scelte autonome, racchiude i comportamenti e le azioni con cui un soggetto (singolo, gruppo o popolo) afferma la propria soggettività e il diritto di esercitarla secondo le proprie regole. Significa sapere cosa si desidera ed essere in grado di ottenerlo. L’autodeterminazione, per compiersi, ha bisogno dell’agire nella vita: l’affermazione di sé non è sufficiente se non si concretizza in decisioni che la realizzano. Per autodeterminarci dobbiamo stabilire le “nostre leggi”, ovvero ciò che per ognuno di noi è imprescindibile: valori, significati, scopi da perseguire.
Nella cultura individualista, il concetto ha finito per esaltare le soggettività, promuovendo l’idea che per autodeterminarsi fosse necessario negare l’interdipendenza dagli altri, la relazionalità condivisa, la cooperazione e persino l’apprendimento. Questa concezione ha alimentato il mito dell’individuo che basta a sé stesso, una soggettività liberata dal pericolo di essere ferita, ingannata, subordinata dall’incontro con gli altri. L’individualismo è un approccio culturale indifferente al bene altrui e preoccupato solo del suo benessere.
Negando alla radice la natura relazionale dell’essere umano, l’inganno individualista deve proporre delle ipercompensazioni esterne per evitare che l’autodeterminazione risulti monca. Ma poiché la natura relazionale dell’essere umano è insopprimibile, le stesse compensazioni esterne devono fare i conti, se non con la relazionalità, almeno con la socialità.
In questa logica, la felicità si misura in termini di traguardi esterni all’individuo eppure tutti connotati da affermazione sociale (contro o sopra gli altri): indicatori economici (reddito e ricchezza); indicatori di status (una professione di successo, una buona forma fisica e un aspetto esteriore gradevole, un buon matrimonio, ecc.).
Questa visione “autarchica” dell’essere umano non riesce a soddisfare la vita se non attraverso l’infinito accrescere dei benefici esterni. Il “paradosso della felicità” è un fenomeno indagato dai ricercatori americani negli anni ’70, i quali osservarono come indicatori di status e indicatori economici producano effetti positivi sul livello di felicità delle persone fino a un certo punto, per poi diminuire fino a portarsi al livello precedente agli indicatori esaminati.
Non solo. La dimensione individualista, allenando un’autodeterminazione che non esalta la relazionalità, incrementa un senso di solitudine che alla fine diventa più che proporzionale rispetto ai vantaggi economici, sempre ammesso che ce ne siano. L’individualismo, infatti, propone una logica dell’avere rispetto all’essere, ma non dà alcuna garanzia che questa logica dell’avere sia comunque soddisfatta. Solitudine e frustrazione sono dietro l’angolo e creano un mix tossico non solo per la felicità ma anche per una serenità di base.
Conclusioni
Non esistono formule magiche che possiamo applicare per essere felici. L’architettura che sostiene una vita felice è tutta da inventare. L’arte di vivere è coltivazione delle possibilità dei modi di esserci perché ciascuna possa fiorire nella sua forma migliore².
Troviamo nell’affermazione di Luigina Mortari l’orientamento che caratterizza l’approccio del coaching umanistico: riflettere per praticare vuol dire stabilire i significati della felicità per determinare il senso da dare alla nostra esistenza. Praticare significa esercitarsi, e gli esercizi che costruiscono una felicità duratura contengono sempre una dimensione trascendente e relazionale, una dimensione che concerne l’essere (umano) piuttosto che l’avere.
Sono gli allenamenti di miglioramento di sé che non escludono la dimensione relazionale dell’individuo. Presuppongono impegno e strategia: l’impegno favorisce la ripetizione che migliora la prestazione; la strategia definisce le azioni corrette per produrre i risultati sperati.
Le persone felici hanno elaborato significati importanti e appassionati che guidano la loro vita. Dentro questi significati vivono i loro valori, che concernono sempre sé stessi e, almeno, i propri cari.
Pensa a delle scelte, comportamenti o abitudini di vita dove hai deciso che “dovevi bastare a te stessa/o”. Ora prova a immaginarti in quelle situazioni affiancato da persone che ti piacciono e di cui hai fiducia. Come sarebbe andata? Come ti saresti sentito?
¹ L. Stanchieri, Scopri le tue potenzialità e libera il tuo talento con il coaching umanistico, Franco Angeli 2018
² L. Mortari, La sapienza del cuore, Raffaello Cortina Editore, 2017
Bibliografia:
L. Stanchieri, Non c’è problema - come sfruttare le difficoltà per esprimere il tuo potenziale, Bur Rizzoli, 2016
L. Stanchieri, Scopri le tue potenzialità e libera il tuo talento con il coaching umanistico, Franco Angeli, 2018
L. Mortari, La sapienza del cuore. Pensare le emozioni, sentire i pensieri, Raffaello Cortina Editore, 2017
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